Le pareti a strapiombo delle più alte cime alpine (tra cui quelle dello Stelvio) celano le dimore di uno dei più grandi signori del cielo.

Esso si presenta con un’apertura alare di oltre 2,7 m per una lunghezza del corpo di 110-115 cm e un peso di 5-7 kg. Il Gypaetus barbatus si contraddistingue per il piumaggio particolare, infatti la colorazione biancastra del petto e del collo assume tonalità tendenti dal rosso al bruno a causa dei “bagni” in terra umida ricca di ferro. Inoltre non bisogna dimenticarsi della sua caratteristica che forse salta più all’occhio, ovvero della “barbetta” nera posta ai lati del becco.L’iride è circondato da un peculiare anello membranoso di colore rosso che diventa evidente nei momenti di eccitazione.

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Mentre qualcuno può permettersi di fare lo schizzinoso con il cibo, il gipeto è di bocca larga (anzi, “becco largo”). Infatti la sua dieta è molto singolare e consiste per quasi il 90% di ossa di carcasse di animali che riesce ad inghiottire grazie ad una gola elastica, ad un’ampia apertura della bocca e all’indurimento dell’esofago da cheratina (inoltre è stato verificato che a volte lascia cadere da altezze considerevoli le ossa più grandi prima di inghiottirle affinchè si riducano a dimensioni più modeste; secondo alcuni studi spagnoli, esistono dei “rompitoi” fissi).

Naturalmente, questo tipo di alimentazione poco competitiva con le altre specie richiede un’elevata quantità di carcasse (circa 52 carcasse all’anno per coppia) ed un’estensione territoriale non indifferente (si raggiungono anche i 300 kmq).Le carcasse sono principalmente di bestiame domestico se sono presenti allevamenti allo stato brado o più facilmente di ungulati selvatici.

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Può passare parecchio tempo prima di riuscire a scorgere un nido di gipeto. Si resta con il binocolo alla mano a fissare una parete rocciosa, diventando quasi granitici come la parete osservata, e una volta scorto un nido non è detto che si riesca a scorgerne gli inquilini. Infatti spesso i gipeti occupano nidi lasciati liberi dalle aquile reali e tendono ad avere più nidi (utilizzati alternativamente) probabilmente per evitare che l’occupazione di un nido da intrusi o un suo danneggiamento vada a compromettere la riproduzione della coppia.

La schiusa delle uova avviene solitamente intorno a marzo (mentre le parate nuziali sono autunnali) poiché con l’aumento delle temperature e lo scioglimento delle nevi vengono “a galla” numerose carcasse e quindi vi è una maggiore disponibilità di cibo per la specie. Successivamente alla schiusa delle uova, si verifica un comportamento tipico nei giovani grandi rapaci, ovvero il cainismo. Esso consiste nella dominanza del primo nato su quello più giovane che non riuscendo ad ottenere sufficiente cibo è destinato a perire (secondo gli studiosi, il secondo nato avrebbe la funzione di “assicurazione” nel caso il primogenito dovesse morire o avere anormalità nello sviluppo).

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Che animale fantastico! Deve essere assolutamente emozionante avere l’occasione di poterne osservare un individuo in natura! Ma sfortunatamente la presenza del gipeto sulle Alpi non è scontata. Infatti, anche se un tempo era molto diffuso, a partire dalla fine dell’Ottocento si è verificata una netta diminuzione della sua popolazione (causata dall’eccessiva caccia da parte dell’uomo degli ungolati – fonte primaria di nutrimento per il gipeto – e dalle “persecuzioni” dirette sempre da parte dell’uomo che lo riteneva erroneamente il colpevole della morte di agnellini ed infanti). Solo negli anni Settanta si iniziò un progetto di reintroduzione con un programma a lungo termine che coinvolse diverse nazioni (Svizzera, Austria, Francia, Germania ed Italia).

La speranza di molti è quella di poter passeggiare tra le Alpi e di non fissare invano la parete a strapiombo in cerca di un nido di gipeto e dei suoi maestosi inquilini.

Emmanuele Occhipinti

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